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Flora

Con il clima appena descritto e le intense precipitazioni meteoriche che si verificano, il Parco del Cucco non poteva che essere verdissimo, ricoperto di prati e di boschi, molti dei quali di pregiatissimo alto fusto (faggio soprattutto). E l’esposizione di alcune valli, come quella di Rio Freddo e delle Prigioni aperte verso oriente e protette verso SW, non fa che accentuare la situazione climatica, anche attraverso la creazione di veri e propri microclimi freddo-umidi, che accentuano lo stato "alpino" della vegetazione. Ne è una prova il grande rigoglio e la vastità dei boschi d’alto fusto che ricoprono quasi interamente il versante orientale del Parco e che contengono esemplare di faggio, di acero, di leccio, di castagno, di tasso e di carpino bianco plurisecolari. Sono presenti, ed è eccezionale, anche alcuni esemplari di abete bianco, residuo autoctono dell’antica copertura forestale appenninica.

La situazione boscosa dei versanti orientali si è mantenuta nel tempo anche perché l’asprezza dei luoghi e la mancanza di viabilità ha in gran parte evitato che anche in quest’area venisse praticato il disboscamento selvaggio e indiscriminato che ha subito l’Umbria a partire dalla fine del XVI secolo, quando la pressione demografica e lo sviluppo sociale ed economico hanno portato al progressivo l’impoverimento del patrimonio forestale regionale, passato dal 75% di copertura boschiva nel 1750 all’attuale 30%. Di questa continuativa azione di disboscamento n'è una riprova la situazione forestale presente nel versante occidentale del Parco, molto più acclive e raggiungibile. Qui il taglio per legna da ardere e per fare carbone ha trasformato in boschi in cedui, poco pregiati e impenetrabili, senza più quei tipici esemplari d’alto fusto, come l'abete bianco, il faggio e le querce, che da sempre hanno dominato anche i pendii appenninici esposti ad occidente.

Fotografando l'esistente, le parti sommitali dei rilievi sono quasi esclusivamente delle praterie di graminacee, che si estendono anche in quelle aree pianeggianti o non troppo in pendenza dove il disboscamento dei secoli scorsi ha creato dei nuovi pascoli e degli appezzamenti per la coltivazione. Ranco del Piano, Ranco Selvatico, La Fida, Fonte S.Giglio, Le Cese, sono tutti luoghi dove sino a 50 anni fa si coltivava sistematicamente, anche il grano. In questi prati, a partire da maggio e per gran parte dell’estate, spiccano i colori forti e inconfondibili di tanti fiori: asfodeli, narciso, anemoni, giglio rosso, polipodio, fritillaria, campanula appenninica, genzianella, tanto per menzionarne solo alcuni fra i più evidenti e pregiati. Dopo le giornate di pioggia non è raro trovare fra l’erba "cerchi" di saporosi funghi commestibili.

Le fasce montane che si trovano a quote comprese fra i 900 m e i 1500 m sono in genere coperte di boschi d’alto fusto: le più gradevoli da percorrere e da osservare, in tutte le stagioni. E’ questo il regno del grande faggio dalle folte chiome e dai tronchi spogli e slanciati: per decine di metri si innalzano a sostenere le foglie nella lotta per la conquista di uno spazio di luce. Il sottobosco è pulito, senza ostacoli di sorta, illuminato dalla luce dei pochi raggi solari che riescono a penetrare; si cammina in un soffice letto di foglie cadute, solo qua e là interrotto da cespugli di agrifoglio e da distese di fragrante aglio ursino, che a maggio fiorisce in candide e molteplici corolle. Più raramente compare l’affascinante bianca fioritura del sigillo di Salomone, nascosta sotto le proprie grandi foglie. Non mancano piccoli esemplari di tasso, o "albero ammazzasomari", che fino a poche decine di anni fa veniva sistematicamente estirpato da allevatori e boscaioli a causa della grande tossicità di ogni sua parte (ad esclusione delle rosse bacche) e per l’elasticità e durezza dei suoi rami, molto adatti alla costruzione di archi e intarsi. Ne mancano esemplari di maggio ciondolo alpino, la cui presenza è tanto poco evidente quando non è fiorito quanto è spettacolare quando si copre di giallissime infiorescenze a grappolo che contrastano con il verde intenso delle foglie di faggio. Raramente, in piccole nicchie ecologiche (Forra di Rio Freddo, Niccolo), ci si imbatte in esemplari di abete bianco, verosimilmente residuo delle antiche presenze autoctone e conseguenza delle azioni di rimboschimento fatte fino a qualche decennio fa. Non mancano in questi "piani montani" esemplari, piccoli e grandi, di acero, di ciliegio selvatico e di carpino bianco (rarissimo). Durante la primavera, nei piccoli e grandi prati fra i boschi è tutto un fiorire di vivi colori: i bianchi bucaneve, i rosati crocus, i gialli ranuncoli, le viole, le primule, i miosotis, le orchidee selvatiche. Circondate dall’intenso profumo ecco comparire le piccole foglie della menta selvatica. Alla fine della primavera o appena arriva l’estate, nelle nascoste radure del bosco, dove penetra un po' più di luce, ecco sbocciare il fragile e roseo giglio martagone, maturare le saporitissime fragoline e i piccoli grappoli di ribes rosso, una vera e propria leccornia per i buongustai pazienti e camminatori. Ad essere ancor più pazienti non è impossibile raccogliere l’aromatica erba cipollina, regina della cucina tradizionale. Ben altro contenuto hanno le tante piante di cicuta che nascono un po' dappertutto a queste quote e si riconoscono per le bianche infiorescenze a forma di ombrello. Stesso discorso per l’elleboro.

Sotto i 1000 m di quota le presenze vegetali sono decisamente più numerose, varie e aromatiche, ma il bosco si intrica e si chiude, trasformandosi gradatamente, man mano che si scende, in macchia inaccessibile, forte e spinosa, dove si può penetrare solo seguendo i sentieri. Domina il carpino, quindi l'orniello, l'acero (nei suoi vari tipi), il frassino, il corniolo, il ciliegio selvatico, il nocciolo (la dialettale "avellana"), il corbezzolo, il pungitopo, l’alloro selvatico, il bosso. Il leccio, la roverella e il cerro hanno bisogno di terreni ben esposti al sole. Il leccio lo trovi anche e frequentemente abbarbicato sulle alte pareti calcaree, con le radici infilate a forza nelle fratture: sono minuscole macchie scure di piccoli esemplari, tutti più che centenari. Nelle parti più umide e in ombra è frequente il pungitopo. Più a valle e nei primi pendii montani non manca l’infestante robinia, impropriamente chiamata acacia, dai grandi grappoli di fiori bianchi: è un albero scarsamente utile visto che di ombra ne fa ben poca e il suo legno non serve  quasi a nulla. Il bosco di querce sempreverdi (leccio) non resta che in microscopiche aree e più estesamente nella parte più interna della Vercata, sopra il Purello. Ancor più rara è la pianta della sugheraria, ibrido naturale fra il cerro e il sughero, fra una pianta a foglie caduche e un sempreverde, presente solo in una ristretta area della montagna di Sigillo. Nelle radure e ai bordi dei sentieri prevalgono le erbe aromatiche (santoreggia, timo, erba cipollina) che, specie nelle giornate calde, saturano l'aria di fragranti profumi. E’ questo il regno del tartufo e dei funghi più pregiati come i porcini e le ovole. Recentemente, sulle pareti rossastre dell’Orrido del Ponte a Botte, è stata rinvenuta la presenza della rara efedra, pianta arbustiva e cespugliosa, dalle piccole foglie caduche squamiformi e minuscoli fiori.

Sia in quota che verso il fondovalle non mancano certo le tante piante ripariali a marcare in modo inconfondibile il percorso di fiumi e torrenti. Qui si incontrano soprattutto salici grigi, pioppi neri e bianchi e olmi. E’ questo un habitat unico, che deve essere preservato se si vuole conservare la pregiata fauna che vi abita in modo permanente ed occasionale.

Più a valle il Parco degrada nella fascia fortemente antropizzata e coltivata. E’ l’Alta Valle del Chiascio punteggiata di borghi e insediamenti. Ma è pur sempre un luogo di grande suggestione, dove ancora è possibile vedere i campi coltivati contornati da filari di pioppi, salici, aceri, querce, segno inconfondibile di una povera agricoltura d’altri tempi.